02/12/2010 - Milano Finanza - L'Italia deve spingere subito su R&S. O sarà tardi
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Alfonso Fuggetta riassume i punti principali del Rapporto annuale sull’Innovazione per il 2010 pubblicato dalla Fondazione Cotec. In conclusione, vengono proposte azioni necessarie per aumentare la crescita e competitività dell’Italia, a partire dalla ricerca e dall’innovazione.

Di seguito il testo intergrale dell'articolo a firma di Alfonso Fuggetta.

Nei giorni scorsi la Fondazione COTEC ha pubblicato il Rapporto Annuale sull'Innovazione 2010. Si tratta di un documento importante che mette a fuoco lo stato dei processi di innovazione nel nostro Paese, dove, tra gli altri dati, emerge che:
- le aziende italiane sono tra quelle che in Europa, dopo la Spagna, hanno ridotto maggiormente gli investimenti in innovazione per l'anno 2009: Spagna 37% del totale, Italia 36%, Francia 34%, UE (27) 29%, Regno Unito 22%, Germania 21%;
- l'unico Paese che ha fatto crescere in modo significativo la spesa per R&S in Europa dal 1990 al 2008 è la Germania. Per gli altri Paesi, inclusa l'Italia, la spesa è a parità di potere di acquisto, sostanzialmente costante;
- l'intensità degli investimenti in R&S in Italia è pari all’1,19% del PIl, contro il 2,77% degli USA, il 2,64% della Germania, il 2,02% della Francia, il 1,77% del Regno Unito e l’1,35% della Spagna;
- l'Italia ha un numero di ricercatori in rapporto alla forza lavoro complessiva tra i più bassi in Europa e percentualmente in diminuzione;
- il private equity e il venture capital non decollano e, anzi, la capacità di raccogliere risorse per questo tipo di strumenti è diminuito nel corso degli ultimi tre anni;
- nel 2008, gli investimenti in ICT in percentuale sugli investimenti delle imprese e in percentuale sul PIL sono per l'Italia più bassi di Germania, Spagna, Francia, Regno Unito e Stati Uniti e sotto la media UE-15.

Troppo spesso, la lettura frettolosa di statistiche e dati di questo tipo porta a conclusioni deboli o superficiali. È però indubbio che l’Italia stia facendo poco sul fronte dell’innovazione ed è altrettanto indubbio che il Paese non stia crescendo come dovrebbe e potrebbe. Può essere che i due fenomeni non siano direttamente collegati da un legame di causa-effetto, ma è abbastanza indubbio che una qualche correlazione esiste. Il Paese non innova o innova poco e “di conseguenza” o, quanto meno “di fatto”, cresce poco. Allo stesso tempo, la Germania sta continuando a investire e anzi accelera questi processi. E – sarà solo una coincidenza? – sta continuando a crescere, e molto. È un caso che la Volkswagen abbia annunciato pochi giorni fa un piano di investimenti superiore ai 50 miliardi di Euro?

In Italia troppo spesso l’innovazione è eccessivamente prudente o incrementale. Per troppi, sia nel mondo delle imprese sia a livello politico, l’innovazione non è realmente uno dei fattori determinanti per la crescita del Paese, gli investimenti pubblici e privati languiscono e manca una strategia complessiva di sviluppo del Paese che metta al centro del dibattito le politiche della ricerca e della innovazione.

A ciò, si aggiungono una serie di limiti strutturali non facilmente superabili. Per esempio, ci siamo cullati troppo tempo nel mito del “piccolo è bello”. Non c’è dubbio che le aziende italiane medio-piccole siano un patrimonio che il Paese non può ignorare. Ma è altrettanto vero che la competizione internazionale richiede risorse economiche, culturali, tecniche e organizzative che le aziende medio-piccole fanno fatica a mettere in campo. Così come non aiuta una cultura politica che non riesce a identificare nell’innovazione il leitmotif di una credibile strategia di crescita e ammodernamento del Paese. Infine, la necessità di avere una rigorosa politica di bilancio e un forte controllo della spesa pubblica rende difficile qualunque azione che richieda nuove uscite e spese. Ma è anche vero che è proprio in questi momenti che bisogna instaurare politiche anticicliche che aiutino il Paese a uscire dalla crisi, facendo scelte anche difficili ma lungimiranti.

Che fare quindi? Bisogna avere il coraggio di usare la ricerca e l’innovazione come chiave di lettura e guida delle politiche di governo. Tutte le azioni, sia a livello di governo centrale che locale, dovrebbero puntare ad aumentare la crescita e la competitività del Paese attraverso un programma complessivo di sviluppo del capitale umano e di innovazione dei mercati, delle imprese, dei loro processi e dei loro prodotti. Bisogna avere il coraggio di allocare le risorse disponibili solo su quei fronti che possono garantire e sostenere questo processo di crescita. In primo luogo, come tutti i Paesi stanno facendo, sarebbe necessario investire nella scuola, nella ricerca e nella formazione avanzata. Indubbiamente, serve investire in infrastrutture materiali e soprattutto immateriali (pensiamo alle reti e alla banda larga), fattori abilitanti e decisivi. Così come servirebbero poche e semplici misure di sostegno alle imprese che vogliono innovare come, a esempio, un credito automatico per la ricerca e l’innovazione, e strumenti finanziari per mobilitare risorse economiche e favorire la patrimonializzazione delle imprese.

Indubbiamente, è questo il momento di uno scatto in avanti, di scelte coraggiose che proiettino il Paese verso un reale cammino di crescita e di sviluppo. Non c’è più tempo, non possiamo aspettare, non abbiamo alternative. Dobbiamo agire e subito, mettendo in campo azioni decise che rilancino e sostengano le intelligenze e le energie che il Paese possiede. È questo il momento di scelte risolute. Se non ora, quando?

 
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