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| 20/03/2009 Il Mondo HiTech - E' della Casta il primo digital divide |
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There are no translations available. E' della Casta il primo digital divide (File Pdf, 169 Kb) di Alfonso Fuggetta
L'Italia vive nel campo delle tecnologie una sorta di schizofrenia. Ci piacciono i telefonini e i gadget elettronici, diciamo che Internet e l'informatica devono essere insegnate fin dalle scuole elementari, da più parti si ripete che dobbiamo investire in banda larga e innovazione per sostenere la competitività e lo sviluppo del paese. Ma se andiamo poi a vedere come la classe dirigente di questo paese (la politica in primo luogo) affronta i temi legati alle tecnologie e a internet ci accorgiamo che esiste una profonda dicotomia tra affermazioni di principio e prassi, dicotomia che attraversa trasversalmente settori molto diversi della politica e della società. Una recente proposta di legge recita testualmente: "è fatto divieto di inserire contenuti in rete in forma anonima". L'estensore della proposta ha per caso verificato se sia possibile realizzare quanto prospettato? Potrebbe mai il sito di un quotidiano controllare l'identità delle migliaia di lettori che sottomettono commenti? E come potrebbero Facebook, Google o un qualunque altro fornitore di servizi verificare senza incertezze l'identità dell'utente? E se non lo facessero cosa accadrebbe? Questi siti verrebbero oscurati? Oppure si ritiene che per non risultare anonimi sia sufficiente inserire, al posto di un nickname, un nome "plausibile" qualunque, come "Mario Rossi" o "Giuseppe Bianchi"? Un'altra proposta di legge ipotizza l'oscuramento di siti e servizi come Facebook e MySpace nel caso essi contengano materiale violento o comunque illegale. La polemica è arrivata anche sulle pagine di giornali statunitensi dove, correttamente, si fa notare che non si può confondere il mezzo con il contenuto: non si chiude una strada perché vi potrebbe transitare un malvivente, nè si vieta l'utilizzo dei cellulari perché qualcuno li potrebbe usare per commettere crimini. Certamente vi sono dei problemi, ma devono essere affrontati in maniera ragionata, approfondendo e non banalizzando i termini della questione. Ma accade anche che autorevoli personaggi del mondo della politica e dell'economia abbiano ripetutamente osservato che gli investimenti in banda larga e reti di nuova generazione non servono in quanto al momento non sapremmo che farcene: quando ci sarà la domanda, allora sì che si potrà pensare di investire. Si tratta di affermazioni preoccupanti. Nel caso di grandi investimenti infrastrutturali, che richiedono tempi di realizzazione e risorse economiche significative, non è pensabile che l'offerta segua la domanda. In primo luogo, i tempi di sviluppo sono tali per cui una eventuale domanda non troverebbe risposta se non con gravi ritardi. Ma, ancor più importante, la domanda in assenza di offerta non può materialmente manifestarsi, maturare e crescere. A Gioia Tauro sono arrivate prima le navi porta container e quindi, come risposta, è stato costruito il porto, oppure il contrario? Come è ovvio, se non ci fosse stato il porto, il traffico container non si sarebbe mai potuto materializzare. Nel caso della banda larga, come potrebbe un'azienda o un cittadino far domanda di servizi evoluti quali telepresenza o telemedicina se essi non fossero utilizzabili tramite una infrastruttura di rete adeguata, disponibile in modo capillare e a costi accessibili per i più? Altro esempio: lo sviluppo della telefonia cellulare si è manifestato quando l'offerta ha abbassato la soglia di ingresso, introducendo cellulari più economici e, soprattutto, con l'avvento delle carte prepagate e di tariffe più abbordabili. È stato questo profondo cambiamento dell'offerta che ha permesso a singoli e imprese di sviluppare una crescente domanda per questo tipo di servizi. Questi semplici esempi illustrano la debolezza culturale con la quale il nostro paese affronta questioni vitali per il suo sviluppo e la sua crescita economica e sociale. Nel momento in cui si muove dalle dichiarazioni di principio sull'importanza delle tecnologie e soprattutto di Internet per passare al livello legislativo e decisionale, gran parte della classe dirigente di questo paese è sensibile e attento solo a potenziali rischi e problemi o, peggio, alle vicende della cronaca quotidiana. Invece di promuovere un uso diffuso, maturo e consapevole delle tecnologie e di Internet, queste vengono demonizzate, additandone solo alcuni risvolti più critici. In sintesi, prima ancora che le differenze infrastrutturali tra diverse aree del paese o settori della popolazione (ciò che comunemente viene chiamato "digital divide") quello che veramente deve preoccupare è questo "cultural divide" che attraversa la classe dirigente del paese. È vitale che temi così delicati e critici siano affrontati con competenza, lungimiranza e visione. Non si sente proprio il bisogno nè di improbabili e velleitari interventi censori, nè di proposte demogogiche, nè di posizioni miopi e incapaci di cogliere la valenza strategica che lo sviluppo tecnologico può avere per il futuro del nostro paese. |
