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Di seguito il testo intergrale dell'articolo a firma di Giorgio De Michelis e Alfonso Fuggetta.
In Italia si fa poca innovazione tecnologica, cioè quell'innovazione che trasforma e sfrutta i risultati della ricerca scientifica e tecnologica per creare nuovi prodotti e/o servizi per il mercato globale. In particolare, questo ritardo è particolarmente vistoso nell'Information and Communication Technology (ICT), settore che vede ridursi la nostra capacità di progettazione e sviluppo e, conseguentemente, aumentare il livello delle importazioni. Paraltro, secondo alcuni sarebbe sufficiente comprare dall'estero ciò che serve alle nostre imprese e al nostro tessuto economico-produttivo. Per altri siamo di fronte ad un ineludibile indebolimento del sistema industriale italiano ed è quindi inutile affrettarsi al capezzale di un morente.
La nostra tesi è che i paesi che non producono tecnologie non solo sono deboli in quello specifico settore del mercato, ma, ancor più grave, difficilmente riescono a dominarle ed utilizzarle in modo convincente e pieno. Un settore industriale debole non è in grado di alimentare e far crescere quell'ecosistema di competenze, culture e realtà imprenditoriali necessarie per travasare e applicare al meglio le conoscenze tecnologiche di quel settore anche nei prodotti e servizi sviluppati in altri settori. Non per niente, in Italia ad una progressiva riduzione della presenza delle imprese tecnologiche (sempre più spesso ridotte a filiali commerciali di colossi esteri), si accompagna un progressivo indebolimento della capacità innovativa del sistema nel suo complesso. Non per niente, paesi emergenti come la Cina e l'India hanno posto la crescita del comparto tecnologico al centro delle proprie strategie complessive di sviluppo.
Quanto contiamo nel mercato tecnologico
In generale, non è possibile restare "fuori" dal mondo delle tecnologie: è obbligatorio "esserci" e "contare". Ma se così è, destano serissima preoccupazione da un lato il crescente indebolimento del nostro sistema industriale e, dall'altro, l'assenza di seri e concreti tentativi di salire sui treni dell'innovazione tecnologica.
Perché ciò accade?
A nostro giudizio, il basso livello di innovazione non dipende dalla scarsa propensione dei nostri concittadini all'innovazione. L'Italia infatti genera sia imprenditori innovativi che ricercatori di statura internazionale. Inoltre, è pur vero che le risorse destinate dal nostro paese all'innovazione sono largamente inferiori a quelle della maggioranza degli altri paesi dell'area OCSE, ma, a nostro avviso, il fatto grave è che alla scarsità di queste risorse si accompagna una sostanziale inefficacia nella loro gestione. Certamente, moltissime risorse si perdono tra fondi destinati all'edilizia o alla miriade di pseudo centri che discutono di innovazione senza in realtà essere capaci di farla, né in prima persona né insieme alle imprese presenti sul territorio.
Perchè non innoviamo abbastanza
Per renderci conto del perché l'innovazione tecnologica in Italia non riesca a decollare, in queste pagine vogliamo confrontare le azioni pubbliche e private a sostegno dell'innovazione con le criticità che a nostro giudizio la caratterizzano.
A grandi linee i fattori che determinano il successo (e l'insuccesso) di un progetto di innovazione tecnologica e che lo rendono perciò arduo e insicuro, sono tre: l'approccio al mercato, la disponibilità delle risorse e la condivisione del rischio.
1. L'approccio al mercato
La prima e principale difficoltà per un'innovazione è riuscire a generare valore in un mercato complesso e articolato. Tipicamente, è necessario fare i conti con il conservatorismo tipico del consumatore/utente, con i costi di produzione e distribuzione, con il marketing e la comunicazione del prodotto/servizio, ecc. Molto spesso portare un'innovazione sul mercato richiede un'impresa dalle spalle ben più robuste della start-up che l'ha concepita, che deve essere capace di valorizzarla ben prima che essa vada sul mercato. Le possibilità a questo riguardo sono svariate, dalla vendita del brevetto o comunque dell'innovazione ad un livello precoce di sviluppo, alla vendita di quote azionarie, alla creazione di alleanze e partnership con altre imprese, alla ricerca di capitali e management capaci di gestire efficacemente industrializzazione, distribuzione e commercializzazione.
In generale, l'innovatore ha bisogno di confrontarsi con competenze ed esperienze diverse dalle sue: persone che conoscano la finanza, la tecnologia, il mercato internazionale, le tecniche di marketing, ecc. Se potrà discutere di questi temi con persone competenti che credono in quello che sta facendo, l'innovatore sarà in grado di formulare la value proposition della sua innovazione in modo più ricco e articolato, riuscendo a suscitare attorno ad essa l'attenzione e l'interesse di un pubblico sempre più vasto e, quindi, trovando le forme con cui dare continuità alla sua iniziativa e portarla al successo. Chi investe in innovazione deve insomma essere capace di complementare l'innovatore in questa fase delicata, avendo le necessarie competenze e reti di relazioni a livello nazionale e internazionale.
2. La disponibilità delle risorse
Per trasformare una risultato della ricerca in un nuovo prodotto/servizio e per promuoverlo sul mercato servono investimenti non irrilevanti. Ad oggi, l'industria del Made in Italy ha fatto innovazione a 360 gradi utilizzando prevalentemente risorse proprie. Essa, però, non opera nei settori high-tech. In questi settori lo sviluppo dell'innovazione richiede team dedicati e la possibilità di esplorare diverse strade nella speranza di avere successo in una di esse. L'innovatore ha bisogno della disponibilità delle risorse necessarie per lo sviluppo del nuovo prodotto e/o servizio nei tempi previsti, senza essere forzato a procrastinare la deadline del suo progetto o a contenere i costi a spese della sua qualità o a dedicare le sue risorse ad altre attività remunerative a scapito dello sviluppo dell'innovazione. Questo richiede che il team possa crescere e/o trasformarsi in coerenza con le attività da svolgere fase per fase, acquisendo le competenze necessarie, e che il finanziamento sia adeguato a coprire i costi, senza imporre la rinuncia a strumenti, servizi o persone che erano stati previsti nella stesura del piano.
Lo sviluppo dell'innovazione sarà tanto più efficace se chi la propone ed il team che ha raccolto attorno a sé potranno concentrarsi sul lavoro da fare, senza subire contraccolpi che creano ritardi e minano la fiducia. La segmentazione dei finanziamenti tra seed e venture, come pure la distinzione tra capitali privati e finanziamenti pubblici hanno la loro ragione d'essere che non può essere negata, ma gli attori che a diverso ruolo decidono di sostenere con i loro fondi un'innovazione devono sapere che la continuità dei finanziamenti è un fattore importante di successo e devono perciò comportarsi di conseguenza, sviluppando tra loro relazioni di fiducia che fanno s√¨ che essi possano subentrare e/o aggiungersi l'uno all'altro senza penalizzare con lunghi tempi morti l'innovazione stessa.
3. La condivisione del rischio
Va infine sempre ricordato che, anche quando il prodotto/servizio è stato concepito al meglio e quando sono disponibili le risorse necessarie, l'innovazione è in ogni caso un'attività esposta al rischio del fallimento: il mercato mondiale ha un'elevata turbolenza dipendente dall'andamento dell'economia, dalle mosse dei competitors, dall'evoluzione degli stili di vita e di lavoro. Sono tutti fattori che possono cambiare lo scenario su cui l'innovazione faceva affidamento. La traduzione di un'idea in un prodotto o servizio può essere più complessa di quanto previsto, creando un gap tra quanto richiederebbe il mercato e quello che propone l'innovazione, oppure allungando oltre limiti sopportabili i tempi necessari al completamento del prodotto/servizio ed aumentando in pari grado le risorse che esso assorbe.
L'imprenditore/innovatore deve affrontare questi rischi mettendosi in gioco e scommettendo sulla bontà della sua idea. Ma i partner che intervengono finanziariamente a suo sostegno non possono lasciare tali rischi solo sulle spalle dell'innovatore. La condivisione del rischio è necessaria, perché la dedizione dell'innovatore al suo progetto ha bisogno di essere confortata dalla fiducia di chi investe su di esso. D'altra parte, un fondo di seed o venture capital non ha gli stessi livelli di rischio: l'investitore privato, infatti, distribuisce il suo investimento su qualche decina di progetti nella speranza che qualcuno di essi vada a buon fine. Gli investitori pubblici, per parte loro, distribuiscono su una platea ancora maggiore il loro rischio ed hanno anche un ritorno di non minore importanza dal solo fatto che nei progetti che finanziano si sviluppano competenze tecnologiche che aumenteranno il potenziale innovativo della nostra industria.
Come rispondono i privati
Rispetto a questi tre fattori gli investimenti pubblici e privati a sostegno dell'innovazione in Italia sono largamente carenti, quando non intrinsecamente inefficaci.
Dalla parte dei privati, manca spesso la capacità di aiutare l'innovatore a tradurre la sua idea in un business di successo: gli investitori, sia quelli che operano sull'innovazione nelle fasi iniziali che quelli che intervengono in fasi più avanzate, sembrano troppo isolati e al di fuori delle reti internazionali che finanziano l'innovazione, per poter contribuire significativamente alla messa a punto dei piani di business delle iniziative che vogliono sostenere, e cos√¨ tendono a limitare la rischiosità dei loro investimenti fino al punto di escludere dal loro portafoglio qualunque idea radicalmente innovativa. Inoltre, le loro procedure di finanziamento sembrano disegnate più allo scopo di evitare le iniziative che possono fallire, che per investire su quelle che potrebbero avere successo. Infine, spesso, gli imprenditori/innovatori sono coinvolti in processi decisionali lenti e farraginosi, durante i quali le risorse economiche tendono ad esaurirsi, i team di progetto a disgregarsi, i progetti a languire. Si crea cos√¨ una spirale perversa per cui la prudenza nell'investire rischia di rendere inefficace l'investimento e l'inefficacia degli investimenti aumenta ancora di più la prudenza con cui vengono fatti.
Come risponde il pubblico
Per quanto riguarda il pubblico, la situazione è anche peggiore. In primo luogo, va sottolineato che i finanziamenti pubblici sembrano rispondere a priorità e requisiti che con l'innovazione stessa hanno poco a che fare: spesso i bandi per l'innovazione sono vincolati geograficamente, altre volte hanno obiettivi occupazionali prioritari, altre, infine, indicano che tipo di innovazione debba essere sviluppata. Non si dà sostegno, perciò, al progetto concepito da un innovatore, ma si danno i soldi a chi soddisfa i requisiti del bando pubblicato. Non ci si può stupire se chi acquisisce un finanziamento sviluppi un atteggiamento opportunistico rispetto al finanziamento stesso, portandolo a chiedere risorse per obiettivi che con l'innovazione spesso non hanno nulla (o hanno poco) a che fare.
Anche il finanziatore pubblico è oltremodo prudente nell'erogare i finanziamenti: non sono infrequenti finanziamenti che richiedono all'innovatore (sia esso un'impresa o una persona) di garantire per il finanziamento che riceve. In questo modo, l'aiuto rappresentato dal finanziamento si limita a offrire condizioni finanziarie favorevoli per l'investimento innovativo senza partecipare al suo rischio. Le procedure tramite cui si erogano i finanziamenti seguono pure una logica che con l'innovazione non ha nulla a che fare: i tempi di erogazione sono di mesi quando non di anni; spesso, i fondi sono erogati a scadenze predefinite, come se l'innovazione potesse attendere; le domande di finanziamento sono complicatissime, ma non ce n'è una uguale all'altra; la rendicontazione delle spese richiede spesso una contabilità separata e un addestramento speciale degli amministrativi che se ne occupano. Non c'è da stupirsi se non poche imprese Italiane, e tra di esse molte di quelle che primeggiano per innovatività, non vogliono finanziamenti pubblici!
I limiti dei finanziatori pubblici e privati dell'innovazione in Italia determinano molte delle carenze che il nostro paese ha su questo terreno. Superare questi limiti non è facile, perché una cultura formalistica e difensiva oscura quella che dovrebbe essere la logica che dovrebbe guidare i processi di sostegno all'innovazione tecnologica. In questo tipo di settori ad alto rischio, l'errore è all'ordine del giorno: rimuoverlo e/o evitarlo non è possibile e non deve comunque prevalere su una continua tensione volta a cogliere tutte le occasioni per generare valore.